Venerdì scorso Dora ci ha provato. La serata era dedicata al tema del lavoro, il lavoro delle donne o, se si preferisce, delle donne nel mondo del lavoro. Ci siamo però trovate in sei, bibliotecari compresi che erano venuti, anche e non solo, per aprire la sala, e abbiamo deciso di rimandare l'incontro. Poco male, direte, sono cose che capitano, specie di venerdì quando avere una settimana di lavoro, per l'appunto, sulle spalle appare un buon motivo per occuparsi di altro almeno per una sera. E sì, probabilmente è tutto vero, ma è vero anche che di lavoro si parla sempre meno, cancellato com'è dalla parola "crisi", diventata buona per giustificare tutto, dai licenziamenti al logoramento progressivo dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Eppure di lavoro bisognerebbe parlare seriamente perché seri sono i problemi aperti e preoccupanti gli scenari che abbiamo di fronte anche nel prossimo futuro. Non è la crisi, ad esempio, che determina la bassa occupazione femminile nel nostro paese, un'anomalia economicamente e socialmente pericolosa che dura da sempre e che ora il venir meno di adeguate politiche di welfare stanno trasformando in una "virtù muliebre" indispensabile alla sopravvivenza quotidiana delle famiglie.
Non lavorare, lavorare poco e precariamente è la strada indicata anche alle tante donne che pure hanno investito nella propria istruzione, sognando legittimamente un futuro professionale diverso dalla prestazione quotidiana di servizi di cura e di accudimento non retribuiti. Ed è questo un tornare indietro che tocca il tema cruciale dei diritti - al lavoro, alla realizzazione di sé, all'equa ripartizione tra uomini e donne dei compiti familiari - e che viene ingannevolmente occultato dietro una coltre di fallaci luoghi comuni sulla naturale aspirazione femminile all'occupazione domestica e all'abnegazione materna.
Dati alla mano, nei paesi in cui maggiori e meglio funzionanti sono i servizi sociali più ampia è la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e laddove le donne lavorano stabilmente e godendo di diritti certi e riconosciuti si fanno più figli e minore è il ricorso all’impiego di lavoratori/lavoratrici domestici. Come ci ricorda la storica Raffaella Sarti, curatrice del volume Lavoro domestico e di cura: quali diritti?, tra le tante anomalie italiane vi è quella della forte presenza di colf e badanti nelle famiglie. Si tratta specialmente di lavoratrici, spesso immigrate, che ancora oggi non solamente ingrossano, e non certo per libera scelta, le fila del lavoro nero, ma godono anche, seppure “in regola”, di scarse tutele e di diritti incerti, riproponendo di fatto in pieno terzo millennio il “lavoro servile” come accettabile e necessario al buon andamento familiare e alla stabilità sociale.
Non lavorare, lavorare poco e precariamente è la strada indicata anche alle tante donne che pure hanno investito nella propria istruzione, sognando legittimamente un futuro professionale diverso dalla prestazione quotidiana di servizi di cura e di accudimento non retribuiti. Ed è questo un tornare indietro che tocca il tema cruciale dei diritti - al lavoro, alla realizzazione di sé, all'equa ripartizione tra uomini e donne dei compiti familiari - e che viene ingannevolmente occultato dietro una coltre di fallaci luoghi comuni sulla naturale aspirazione femminile all'occupazione domestica e all'abnegazione materna.
Dati alla mano, nei paesi in cui maggiori e meglio funzionanti sono i servizi sociali più ampia è la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e laddove le donne lavorano stabilmente e godendo di diritti certi e riconosciuti si fanno più figli e minore è il ricorso all’impiego di lavoratori/lavoratrici domestici. Come ci ricorda la storica Raffaella Sarti, curatrice del volume Lavoro domestico e di cura: quali diritti?, tra le tante anomalie italiane vi è quella della forte presenza di colf e badanti nelle famiglie. Si tratta specialmente di lavoratrici, spesso immigrate, che ancora oggi non solamente ingrossano, e non certo per libera scelta, le fila del lavoro nero, ma godono anche, seppure “in regola”, di scarse tutele e di diritti incerti, riproponendo di fatto in pieno terzo millennio il “lavoro servile” come accettabile e necessario al buon andamento familiare e alla stabilità sociale.
Anche la nostra piccola realtà non è estranea alle articolate problematiche che investono il mondo del lavoro in generale e coinvolgono, in particolare, le donne che lavorano o che vorrebbero farlo. Ne ha parlato la Consigliera regionale di parità, Nadia Savoini, nella relazione presentata in occasione dello scorso 8 marzo; la sociologa Chiara Saraceno, intervenuta ad un convegno promosso ad Aosta dall’Azienda sanitaria regionale, si è soffermata sulle difficoltà, anche e soprattutto culturali, che incontrano le politiche di conciliazione; la Consulta per le pari opportunità ha di recente presentato un rapporto sullo stato di attuazione delle politiche di parità in Valle d’Aosta che offre notevoli spunti di riflessione proprio in materia di lavoro femminile e anche Dora è intenzionata a dare il suo contributo al dibattito. Lo farà, ne siate certe, appena possibile, evitando come la peste i venerdì sera e contando ancora una volta sulla preziosa disponiblità della biblioteca di Donnas.

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